djongiario

strappami la bocca a morsi per sopprimere l'imbuto più unghia del mio dito

mercoledì 1 luglio 2009

contropuzzle

una zappa piantata
nella terra grassa

un cavallo sospeso
a mezz'aria masticata

cresce e monta il vento;
scuote, spinge e tira
trecce di frumento

anima granulata
errante svanisce

sfuriata nebulosa,
sottile estraneità

allo spazio vitale

penso scorticandomi
in un interno altrove


libero


vuoto

mercoledì 29 aprile 2009

wolf river

vado alla sbavata di ciglia
su due pallide schiene: alba

vado a condense collassate
per realtà ad occhi bassi: pioggia

vado senza mondo
raggiungendomi
saltuariamente
a tutto sesto

vado a settentrione
del malumore
ridendo a scadenza
in stupendo stupirmi

vado seghettando
fra pozzanghere oniriche
e milioni d'anelli morti

forse un giorno
non sarò della mia epoca

forse un giorno sarò
gambe per avanzare
braccia mai avanzate

intanto vado al wolf river
per imparare ad affogare

vestito di candele, giù a corpofitto
abbandonando il sé, vado a vivere il perché

lunedì 19 gennaio 2009

Resoconto capatina a Plavno


Non ho assolutamente chiaro con quale immagine potrei cominciare a raccontare brevemente il mio ultimo viaggio alla volta di Plavno.

Partire parlando della volto stropicciato di Milos intento ad accendersi la pipa, dell'atmosfera del Natale ortodosso, della nevicata inaspettata, del sapore unico del formaggio fresco di capra, della nuova chiesa cattolica a Knin o delle mani di Goran?
L'unica cosa certa che posso dire è che Plavno mi mancava e come tutte quelle cose che da un po' non consumi, fosse stata sfornata salata o dolce, comunque l'avrei accettata di buon grado ed avrei banchettato con piacere.

Quando sono arrivato, durante le ore buie della serata, ho notato una Knin molto più illuminata del solito. Il comune aveva allestito una serie di luminarie degne delle nostre zone ed in piazza una serie di alberelli lampadinati d'azzurro conferivano un'aria tanto rassicurante quando falsa di sicurezza, armonia, bellezza. Bastava con l'auto svoltare al primo incrocio per trovare ancora una volta campeggiante l'immarcescibile cartellone di sostegno ad Ante Gotovina e ripiombare nel dubbio delle contraddizioni balcaniche.

La televisione sparava messaggi a go-go mentre guardavo attentamente Bosko che seguiva religiosamente ogni parola del telegiornale e commentava a modo suo "Catastrofe, lo stato va in bancarotta. Questo mese non pagheranno le pensioni!" Va detto che il piccolo schermo sentenziava che quest'anno circa il 20% in più di croati sarebbero andati a sciare nelle locali stazioni sciistiche: se le notizie fossero vere si sarebbe potuto dire: "alla faccia della crisi!"

Il piano di Bosko per l'apertura di un'azienda agricola competitiva sembra si andato in porto: teoricamente con maggio di quest'anno si procederà all'acquisto del bestiame e per il resto si vedrà. Comunque Bosko, che di facciata è sempre piuttosto double-face, sembrava tuttavia piuttosto ottimista e ciò non guastava: non ho mai visto di buon auspicio le ombre di pessimismo quando si guarda ad un futuro di lavoro ed impegno.
Desanka è tornata dal lavoro in farmacia: è un po' ingrassata ed in viso sempre più serena. Ho nella mente le immagini di diec'anni fa e fatico a riconoscerla se non in una lontana parente della provata ed insicura donna di quei lontani giorni.

Passa una notte di bora violenta, tant'è che la mia sveglia è stata figlia d'una poderosa raffica di vento che m'ha fatto balzar fuori dalle pesanti coperte della "mia" stanza in città. Con l'auto ho raggiunto la valle ed aprendosi il panorama s'è risvegliata un po' di nostalgia del primo arrivo che ricordo ancora benissimo.

Mi sono diretto verso Basinac e poi su a piedi verso la casa di Andjelija, avanzando faticosamente fra le raffiche trasversali di vento freddo. Andja, che non avrebbe mai abbassato la coperta dalla testa durante la mia visita, dormicchiava sul suo giaciglio rattoppato mentre sua figlia le teneva compagnia (la signora della foto iniziale). Ogni tanto partiva con il rito delle domande riguardanti gli ex-colombi: "Andrija come sta? Mauro dov'è? Ibrizio quando si sposa?" Ho chiesto di Jeka e mi sono detto: da quanto non passo a trovarla? Sarà una vita... anche due, forse...

Eccomi poco dopo allora imboccare la stradina che sale leggera verso casa sua ed entrato vedo lei e Bosilka scaldarsi davanti al fuoco in compagnia di tre gatti.


Bosa non stava bene, era evidente, come la madre. La conversazione s'era fatta da subito impegnativa perché Bosa non sembrava particolarmente di buon umore. Lei si sputava sulla mano e sfogliava la pagine d'una rivista vecchia ed ogni tanto faceva qualche domanda. Jeka invece era molto più contenta di vedermi e questo m'ha fatto riflettere un po'.

Tornato verso la strada mi sono diretto verso Djurici ed ho fatto visita a Jane e Bosa. Premettendo che ogni visita da loro sia una specie di supplizio, ho tentato di capire le loro nuove teorie sul nazionalismo croato. Bosa ha addirittura sfoggiato un cappellino da supporter della nazionale di calcio e Jane l'ha provvidenzialmente bloccata dallo sfoderare una bandiera.




Gli interni della casa col tempo hanno assunto un'aria vagamente grottesca: grandi pagine di settimanali rosa attaccate le une alle altre con quantità industriali di adesivo rosso fuoco avvolgono gli armadi, eppoi fotografie, cartoni, bandierine, due stemmi croati con Franjo in mezzo sulla parete della cucina e soprattutto il meglio del kitsch rappresentato da un simil-arazzo raffigurante un Kennedy a mezzobusto davanti alla Casa Bianca.

Bosa si lamentava della sua malattia, Jane ha finito i sacchetti della merda ed i suoi pantaloni avevano la patta aperta; il nipote da praticamente due anni sta vivendo in affido ad un orfanotrofio di Zagabria e sua madre dicono sia tornata a battere a casa sua. Di Zeljko non ho chiesto niente anche perché sono stati loro a dirmi qualcosa. Hanno sparlato un po' di tutti e di tutto, come è loro solito, un po' forse per sfogarsi, un po' perché è tipico di chi probabilmente nella vita s'è trovato dalla parte della sofferenza e dell'ignoranza e trova che giudicare sia l'unico modo per sentirsi un po' meno peggio.

Ho lasciato casa Djuric con un po' troppo caffè nello stomaco ed il rinnovato impegno a trovare i fantomatici sacchetti della merda.

Rotolando verso sud son passato a salutare la famiglia di Mimo: in cucina c'erano Djuro Cvijanovic (alias il "padrone" del nostro ex campo base di Perici) che sfoggiava una lunga coda di capelli grigi, Jovo "Vichingo" Dvokic, Goran e Manda: Mimo era da Veseo. Parlando del più, del meno e del resto, son venuto a sapere che la “nostra” casa di Perici aveva ricevuto delle visite inaspettate e particolari: da quanto ho potuto comprendere, i locali dovrebbero esser stati messi a soqquadro e perfino il duraturo cartellone con i nostri pensieri (quello in cucina, quanto tempo è passato...) è stato violato. Djuro non ha potuto far altro che cambiare le chiavi della porta, sperando che la prossima volta qualcuno non usi i calci come in questo caso per farsi strada all'interno delle stanze.

Questa notizia non m'ha più di tanto scosso, perché sapevo in cuor mio che prima o poi qualcosa di simile sarebbe avvenuto. Ed ovviamente nessuno sapeva e saprà mai niente ed è facile dar la colpa ai cacciatori, che a Plavno come in altre zone, padroneggiano e si insediano negli edifici abbandonati per ridisegnarli come propri rifugi di fortuna.

Sì, potrei anch'io simpatizzare con questa versione, anzi direi che è la più plausibile. Comunque quando le cose non le conosco bene è meglio che non azzardi giudizi e così non ho fatto: ho solo detto che mi dispiaceva molto. Djuro pareva piuttosto inviperito, Manda provava a trovare dei perché.

Durante una pausa, ho parlucchiato con Goran che attualmente è senza lavoro, dopo la breve esperienza alla Tvik come operaio. Sarebbe bello vederlo in Italia a lavorare per un breve periodo, perché il ragazzo ha due mani di tenaglia, ed di quel poco che m'è sembrato di capire, è molto più maturo e meno timido di prima, anche se non so cosa nasconda esattamente quella testolina.


Insomma, parlare questa lingua un po' meglio non mi guasterebbe. Ma m'accontento, sebbene non sia taoista.

Vicino a casa di Mimo c'è un cesso all'aperto con le pareti azzurre: un tocco sorprendente di colore in mezzo alle secche tinte dorate del tardo pomeriggio. Rincasando ho guardato il tramonto scendere rapidamente verso ovest ed ho provato una certa aria di scompiglio, soprattutto perché in solitudine è più facile affondare un po' nello sconcerto, giacché non s'hanno possibilità reali di confronto per rincuorarsi.

La sera parlo un po' con Bosko e Desa: trasmettiamo un po' di radio Mileva e guardiamo a tratti una televisione bulgara che propone a ciclo continuo dei video di canzoni popolari ovvero qualcosa che s'accosta tremendamente alla tragedia multimediale.

Domenica: tempo d'andar a Spalato a trovare Boris e Milijana. Ore dieci e cinquantacinque d'un radioso mattino: appena girato l'angolo dalla Getaldiceva ed imboccata la direzione Spalato, oltrepassato il Lidl, mi sono imbattuto in un gran numero di persone che andavano... a far la spesa? Di domenica e per di più ben vestiti? Una svendita improvvisa? Macché!
Andavano tutti a messa!
Decine e decine di persone che si recavano verso quella che la sera stessa m'avrebbero descritto come la chiesa dei bosniaci di Knin, ovvero un ex capannone della Tvik imbiancato con un'enorme scritta sulla facciata che... sinceramente non ricordo.

Sarà stato qualcosa come “Knin, in fondo, è un bel posto dove vivere in pace e serenità!”

Beh insomma, una tarda mattinata blu terso cominciò a scorrere sopra la mia macchina mentre alla sinistra ammiravo la Dinara innevata e più avanti i dolci laghi della zona di Sinj.

Giunto in città ho seguito Boris per una mezz'ora durante la sua attività lavorativa. Da un po' di mesi a questa parte s'occupa di slot machines... ehi piano, non parlo di casinò, bensì Bobo è dipendente di una ditta che ha a che fare con la manutenzione e l'installazione di poker e macchinette per scommesse nei bar della zona di Spalato: un lavoro piuttosto pesante, mi dice, che divora praticamente dieci ore al giorno non-stop, dove le ferie sono un'oasi mai raggiunta in un anno di fatiche e che non esistono sabati, domeniche e festività.
Lavoro.
Dopo il lavoro un po' di relax a casa: i due morosi m'hanno preparato un gran bel pranzo: Bobo ha sfornato il pane multicereali e Milijana ha messo assieme pollo e patate arrosto ben accompagnate da tante sane cipolle.

Milijana non stava molto bene per via d'una malattia in corso d'accertamento mentre Bobo era visibilmente stanco: “Andrò avanti così ancora per poco. E' un lavoro davvero duro. Dentro e fuori dai locali pieni di fumo, correre da un bar all'altro e... la parte peggiore sai qual'è? Che spesso devi portare gli incassi al capo ma la il brutto è che non siamo assicurati per questi “trasporti speciali”. In pratica possiamo girare anche con migliaia di euro in mano e... se a qualcuno venisse in mente di far qualcosa, cazzo!” Boris confida che sarebbe meglio fare il barista e tornare a Knin, dove si troverebbe meglio non solo lui, anche la compagna. “Spero nel progetto di papà Bosko, per riuscire ad inserirmi ed a seguire un po' la stalla ed un po' i campi, piuttosto che far soldi per conto del mio capo che fa tanti soldi che non ci credi!”

Il tardo pomeriggio è occupato da una tranquilla camminata in riva al mare nella zona più turistica della città, dove qua e la si sentono voci nostrane uscire dal coro con la consueta potenza vocale. 'Sti italiani devono ovunque e comunque farsi riconoscere...

La sera rincaso con Milijana: durante il viaggio parliamo di quello che c'è successo nella vita che c'accomuna, ovvero aver perso un genitore da giovani. Sembra strano ma da parte sua c'è stata una gran voglia di capire come l'ho vissuta e spero d'averle portato quelle parole che possono dare un senso all'inquietudine che tanto tempo impiega ad amalgamarsi con l'esistenza.

Lunedì l'ho dedicato ad altre visite: secondo i piani volevo vedere Miloica, poi Veseo ed infine Nikola “Nino”... e se ci stava qualcun altro ero ben contento.
Milos stava bene: quando l'ho intravisto sul piazzale di casa era intento ad aggiustare la motosega. Del resto, delle due ore passate in compagnia sua e di Jeka, avrei tanto o nulla da dire: una persona unica che non ti mette mai a disagio, che è sorridente ma riflessivo, che non s'impiccia degli altri e che non esita a chiederti come sta un qualsiasi amico, che t'offre quel poco che ha e non chiede niente. Ho rischiato di far la balla, l'ammetto, passando il tempo ascoltando i topi che ballavano nel soffitto, mangiando qualche pezzo di pane col formaggio caprino, un caffettino, due caffettini, due risate, una fotografia, tentativi di discorsi seri, tentativi di discorsi inconcludenti, risate incoerenti.


S'erano fatte le due passate, ora di salire verso casa di Mara e Veseo: prima però ho dato uno sguardo alla “nostra vecchia casa” quindi sono passato a guardare come i vicini avevano sistemato l'edificio qualche metro a valle. Erano giunti dalla Germania un po' d'anni fa per metterci mano e quando l'ho vista mi son detto: “Cribbio, questa è una villa, non più una casa!” Hanno messo un cancello sul piazzale, dipinto l'esterno, sistemato il tetto, insomma, si son dati un gran daffare per... per una casa a Plavno che rimarrà chiusa per 50 settimane annuali.

La salita verso Karanovici è teoricamente piuttosto agevole ma con la rakija in circolo può assumere connotati himalayani.

Giunto alla “vetta”, m'hanno accolto Veseo e Mara nella loro calda cucina che abbonda di luce solare. Mara ha sempre un aspetto dolce e sincero, il suo cuore non gioca scherzi ed i valori del suo diabete sono piuttosto stabili. Veseo ha visibilmente guadagnato qualche anno d'età, s'imbottisce di televisione satellitare e campa alla sua maniera.

Fra i soliti convenzionali discorsi, spunta il tema “Sava Djuric”: Veseo dice che Rajna, la figlia di Milos che anni fa denunciò la tentata aggressione di Sava col coltello, atto costatogli la detenzione in una clinica psichiatrica nella capitale, ha affermato recentemente che Sava non aveva alcun oggetto contundente in mano durante il litigio e che fece tutto questo per un motivo che non ho capito.
Dannata incapacità di comprendere sta lingua!
Credo d'aver capito “per paura di problemi” però non confermo.
Poi m'ha detto che dovrebbero firmare qualcosa a favore di Sava, forse una testimonianza, un documento, non so, insomma spero che in una qualche maniera quest'uomo, che di male ha fatto solo d'esser un po' matto e che andrebbe “guardato ogni tanto”, possa un giorno non lontano tornare a casa sua e vivere in pace la sua vecchiaia, magari rompendo le palle ai vicini periodicamente... ma se si conoscesse l'uomo, di lui non s'avrebbe gran che di cui temere.
Almeno credo...

Beh, il buio s'avvicinava, dovevo rincasare. Veseo m'aveva preparato un panino al salame di dimensioni ciclopiche (talmente grande che la massima apertura della bocca non permetteva il benché minimo morso dal lato... dovevo per forza mangiarlo da sopra o sotto!) ed accompagnandomi come sempre un po' a valle sulla stradina dissestata che porta al suo mondo, ha preso congedo con grandi abbracci e la promessa di rivedersi “fra non troppo tempo”. Scendendo da Karanovici ho sentito impercettibilmente i rumori delle auto che salivano verso Grubori, il passaggio dei cinghiali durante la notte, il lamento delle imposte su cardini arrugginiti delle case vicine ma soprattutto il freddo insidiarsi lentamente fra le maniche elasticizzate e la pelle dei polsi.

Stringendo le dita sono salito verso la casa di Nikola Peric, che da pochi mesi aveva perso la moglie: gl'avrei fatto visita e soprattutto gl'avrei consegnato la foto che lo ritrae assieme alla sua consorte, uno scatto di qualche anno prima.
Che fare, entrare o no? Quanto può essere “duro” un regalo di questo genere?
Ora, in questo momento, all'improvviso!
Sbirciando dalla finestra ho visto Nikola consumare il suo pasto, umilmente: un piatto di baccalà tagliuzzato per bene (Nino è senza denti), un bicchiere di vino, qualche padella sparsa sul tavolo, la sua inconfondibile coppola sulla testa. Ho bussato alla porta due volte.
M'ha accolto con molta gioia e dopo i convenevoli, m'ha detto di sua moglie che era morta. Era caduta qualche lacrima dagli occhi arrossati mentre mi si avvicinava sulla sedia scricchiolante.

Istintivamente ho estratto dal mio cilindro di carta la fotografia ed il suo volto da triste s'era come illuminato e prendendo lo scatto a piene mani ha cominciato a baciare il volto bidimensionale della sua amata compagna ed a raccontarmi di quanto era buona, che sapeva far bene da mangiare, che non era per niente istruita giacché era andata poco a scuola, ma di vita era molto intelligente. La scena m'ha riempito d'una commozione composta, quasi mi veniva da sdrammatizzare la scena perché si sembrava sproporzionato il momento di pathos rispetto alla fatica materiale ch'era costato.


E' volata una mezz'ora tranquilla, quasi in sordina, che ho dovuto decidere di rincasare. Nikola in tutte le maniere aveva cercato di darmi da mangiare qualcosa, di bere un bicchiere o che ne so... a me bastava vederlo un po' felice con quella foto che stringeva con tanta gioia ed altrettanto dolore.
Uscendo m'ha chiesto più d'una volta se sapevo la strada, se la vedevo.
“Certo, c'è la luna e questa strada me la ricordo bene!”
Girandomi per guardare, Nino mi salutava con un ampi gesti del braccio e quando dopo un po' di minuti sono momentaneamente ricomparsogli vicino per transitare sulla stradina verso Basinac, era ancora li sulla soglia della porta con una torcia che ondeggiava un saluto. Che bella persona davvero!

Col buio sono giunto a Torbica a salutare nonna Boja. Poveretta, sta cominciando a perdere colpi: ad un certo punto stava parlando del suo passato, della seconda guerra mondiale quando s'è inceppato qualcosa nel suo discorso, del tipo “il quattordicesimo mese”... Bosko, che era presente, s'è messo a ridere e col solito tono un po' burbero ha detto “Nonna, è meglio che dormi!”


A me questa svista è suonata particolarmente dolce perché davvero innocente.

Martedì mattina mi sono svegliato tardi e dopo un po' di vaneggiamenti vari ed il pranzo in valle sono sceso alla volta di casa Dzepina, a Golubic. Sanela stava preparandosi per un viaggio per Londra e così quel pomeriggio sarebbe stato l'ultimo momento utile per incontrarsi. Dejan m'era stato descritto come un bolide di 115 chili e quando l'ho visto passare lo stipite della porta mi sono stupito non solo delle dimensioni della sua ciambella ma del fatto che riuscisse ad indossare la stessa tuta che vestiva cinquanta chili fa.

Durante tutto il pomeriggio s'è parlato un po' di tutto, dal matrimonio di Fabri alla rinnovata voglia di studiare di Dejan (è diventato un secchione, cosa alla quale anni fa nessuno avrebbe messo la firma), dall'ottimo vino di Zeljko ai vitellini che alleva Slavka, dai programmi tv al moroso che non si può nominare perché ai genitori non sta molto simpatico... e così via...

Si fa sera ed è venuta l'ora d'andar a prendere Boris alla stazione dell'autobus: attraversando la città in quel momento come decine d'altre volte non ho compreso come possano convivere circa sessanta bar per quindicimila abitanti... La serata trascorre a Plavno, in cucina, aspettando il Natale, alias la Badnja: prima però sono andato nel bosco con Bobo a tagliare un alberello di quercia che sarebbe stato bruciato poco dopo a casa.

Il leitmotiv sonoro è un canale satellitare di Bijelina che in studio presenta quattro megere, tutte bionde finte, molto dall'aria casalinga, estremamente spigliate, chiacchierone e che soprattutto cantano alla grande... in playback. Nonna Boja mangiava baccalà e sardelle, io mi tuffavo nelle patate arrosto, Bosko senza carne non so se riuscisse a campare, Desa con la minestra era già a posto, Bobo diceva “Prendi questo, prova questo, mangia, mangia Emi, samo jedi!”

Con la pancia piena di cibo ed i polmoni altrettanto gonfi di nicotina passiva, io e Bobo siamo andati a dormire nella ghiacciaia. Prima d'addormentarmi m'è venuta in mente la scena in cui Desa lanciava il mais su Boris in segno propiziatorio.


L'indomani mattina, Natale, grande festa!
“Sretan Bozic, Hristos se rodi!”
“Vaistina se rodi!”
Si ripeteva di persona in persona il rituale delle frasi di circostanza con grandi abbracci, ed in più mille telefonate... più o meno gradite.

Arrivata l'ora di prenzo si siamo radunati attorno al pane natalizio per strappare insieme una fetta... la moneta nascosta questa volta è stata trovata da Bosko: un anno fortunato per lui, si spera. Accesa la candela gialla sul tavolo, il pranzo di Natale ha potuto aver inizio dopo una preghierina di rito; un pranzo leggero seppur abbondante, scandito dalle ormai nauseabonde note di Milijan Milijanic e compagnia bella.

Ad inizio pomeriggio siamo scesi a Raskovic a trovare Milijana e famiglia. Nonostante ripetuti e galanti rigetti, siamo stati costretti ad ingurgitare una gran quantità di dolci ipercalorici che hanno aumentato il tasso di glicemia portandolo ai valori percentuali di disoccupazione a Pittsbourgh dopo la crisi del 1929. Confortati dallo sprofondamento su un comodo divano, eravamo diventati un tutt'uno con il salotto e sebbene Milijana non fosse molto in giornata, per via della preoccupazione che l'assaliva rispetto alla visita ospedaliera del giorno seguente, s'era creato un buon ambiente di discussione, intervallato dalla visione di foto sul computer della piccola Anastazia (nipote di Boris).

Col buio incombente, abbiamo deciso di cambiare salotto. Io e Boris ci siamo rintanati nell'abitazione di Knin e fra un birrino e l'altro abbiamo inaugurato la connessione internet casalinga.

Mancava il finale a sorpresa: il lavoretto di corvèe. Alle sette circa siamo ritornati a Raskovic per trasportare il nuovo divano letto di Milijana al primo piano... il divano letto più inutile della storia! Un monoblocco del peso di una betoniera che andava sollevato ed issato dal giroscale... insomma, il classico lavoro escrementizio per chiudere in bellezza una giornata da fannulloni.

In serata Boris è partito alla volta di Spalato ed io sono rincasato a Plavno.

La notte ho dormito con Dejan e solo dio sa quale male ho fatto per meritarmi di dormire con un essere che russa in quel modo, giusto la notte prima della partenza che, sia chiaro, avrei gradito passare in modo “tranquillo”.

Chicchiricchi (gallo-sveglia)!
Ho aperto gl'occhi di soprassalto ed ho visto l'atmosfera particolarmente chiara: no, non m'ero svegliato tardi, semplicemente la neve copriva tutto ed il bagliore contagioso era penetrato inevitabilmente dalla finestra della camera, solitamente piuttosto cupa. Trenta centimetri che erano l'anticamera del divertimento: non m'ero mai destato in una Plavno farcita di neve e l'occasione di fare due passi era ghiotta e non me la sono fatta sfuggire: su e giù per Pecina, qua e la, beh... ci voleva proprio un finale così!

Giunto il momento della colazione ed evasa l'incombenza, ho caricato la macchina ed assieme a Pero “postino” sono sceso in città, coadiuvato da Bosko che m'ha spianato la strada fino all'ambulanta col trattore, giacché a causa della bora s'erano formati dei cumuli di oltre mezzo metro di neve proprio in mezzo alla strada.

Passati i saluti, non ho potuto far altro che prendere congedo per l'ennesima volta dalla “città dell'amore fraterno” ed augurarmi di tornare qui, sempre più motivato e sempre più voglioso di conoscere e riconoscere.

Alla prossima!